Preistoria VIII-VII sec. VI-IV sec. Età Ellenistica Età Romana



Sala VIII - Altri materiali
ETA' ROMANA

Basi

Sulle basi presenti nella stessa sala sono esposte alcune delle numerose ancore recuperate sui fondali marittimi di Ischia e di Procida. Provengono da quest'isola il ceppo d'ancora recuperato sui fondali antistanti la Punta Cornacchia (inv. 224918) e l'ancora in pietra (inv. 224919) di forma triangolare, con tre fori; il reperto, sempre di pietra ma di forma circolare, proveniente dalla Secca di Miseno (inv. 238538), è invece una macina riutilizzata come corpo morto.

I ceppi di pietra, raramente di forma rotonda, più frequentemente di forma triangolare con tre fori simmetrici, erano utilizzati dalla marineria antica prima della diffusione dei ceppi in piombo. Mentre nel foro superiore era assicurata la fune di ormeggio, in quelli inferiori venivano fissate due marre di legno che assicuravano la presa dell'ancora sul fondale. Il ceppo di pietra fu sostituito da quello di piombo nel corso del IV sec. a.C.: questo ebbe una diffusione vastissima sin dagli inizi del II sec. a.C., anche se le attestazioni più numerose rientrano nel periodo compreso tra il II sec. a.C. ed il IV sec. d.C. Le ancore in piombo possono avere il ceppo fisso o mobile. Il tipo con ceppo fisso, come tutti gli esemplari esposti, è costituito da due bracci direttamente saldati al fusto ligneo dell'ancora e da un anello centrale o scatola. Questa era attraversata da un perno di piombo (o di legno) che veniva fuso nell'incastro del fusto, così come veniva fuso il resto del ceppo. Le c.d. contromarre (marra è il termine utilizzato per indicare i ceppi) presentano tre buchi: in quello centrale veniva inserito il fusto ligneo dell'ancora e, nei laterali, le marre. Si evitava così che le marre lignee si aprissero durante la trazione e, al contempo, si rendeva più pesante la parte inferiore dell'ancora, in modo da consentirle una più salda presa. I ceppi in piombo presentano spesso decorazioni che si riferiscono all'ambiente marino (delfini, astragali ecc.) o iscrizioni (per esempio numeri romani relativi al peso del metallo, sigle di due o più lettere che stanno ad indicare le iniziali del nome del proprietario della nave, iscrizioni in greco o latino relative alle divinità cui è dedicata la nave) che, oltre a fornire elementi per l'inquadramento cronologico delle singole ancore, costituiscono anche utili testimonianze per l'analisi del commercio nell'antichità.

Sui fondali antistanti il Monte di Vico è stato recuperato il ceppo d'ancora in piombo (inv. 238539) completo di contromarra (inv. 238540). Sempre da Ischia, infine, proviene il ceppo con i resti di iscrizione in lettere greche (inv. 234917, da Punta S. Pancrazio) e quello con il motivo decorativo di conchiglie e mezzelune in rilievo (inv. 239972, dai fondali antistanti il Castello Aragonese).

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Pareti

Alle pareti della sala, infine, sono esposti i calchi dei rilievi votivi di età romana che furono trovati, nel 1757, presso la sorgente di Nitroli (Barano).

Anche se mancano ad Ischia, come si è già ricordato, resti di edifici termali, le sorgenti termali dell'isola erano ben note agli antichi. Strabone, Plinio, Stazio, Ovidio ed il medico del V sec. d.C. Celio Aureliano ricordano, infatti, le loro virtù terapeutiche. I rilievi, in marmo e di piccole dimensioni, rappresentano per lo più Apollo con la cetra avente a lato due o tre ninfe, che portano conchiglie o vasi dai quali versano l'acqua salutare. Le scene figurate sono accompagnate da iscrizioni dedicatorie, che rendono grazie dell'ottenuta guarigione al Dio ed alle Ninfe della sorgente, che portavano il nome di Nitrodes o Nitrodiae, conservatosi quasi inalterato nel nome odierno della fonte. Il nome delle Ninfe, come quello del loro luogo di culto, deve essere riconnesso con la parola nitro cioè con la soda, di cui si riteneva fossero ricche le acque della sorgente presso la quale le Ninfe stesse erano venerate .

Rilievo votivo in marmo lunense, dal Santuario delle Ninfe presso Nitroli (Barano). II sec, d. C.

Si sottrae allo schema iconografico consueto dei rilievi la lastra di marmo grechetto (inv. 6708) con iscrizione dedicatoria di Fulvius Leitus, sulla quale compaiono i due amorini Eros e Anteros (che si distingue dal suo avversario per la forma caratteristica delle ali, ricurve verso la punta), che si contendono una palma a cui è sospesa una benda. Il rilievo è uno dei più accurati del gruppo per la trattazione anatomica dei corpi, il rendimento dei volti e l'attenzione con la quale sono riprodotte le ali. La circostanza che l'iscrizione è evidentemente un'aggiunta posteriore, incisa nel campo stesso della rappresentazione ed incompleta per motivi di spazio induce a pensare che Fulvius Leitus, personaggio identificato da alcuni studiosi con il Fulvius Leitus noto come bersaglio degli strali di Marziale per avere disposto, su ordine dell'imperatore Domiziano, che a teatro i cavalieri e la plebe occupassero posti diversi, possedesse già il rilievo e che successivamente lo avesse dedicato alle Ninfe per riconoscenza dell'ottenuta guarigione.

Rilievo votivo in marmo grechetto, dal Santuario delle Ninfe presso Nitrodi (Barano). I sec. d.C.

Egualmente degno di nota è il rilievo, sempre in marmo grechetto, con Apollo, due Ninfe e la dedicante, Capellina, che si bagna i capelli in una conchiglia (inv. 6751), per il trattamento pittorico del panneggio, la resa del fogliame dell'albero e la capigliatura delle figure, soprattutto quella di Capellina, nonché per il tentativo di inserire le figure nello spazio.

Rilievo votivo in marmo grechetto, dal Santuario delle Ninfe presso Nitroli (Barano). II sec. d. C.

Anche se per gli altri rilievi non si può parlare di un rilevante interesse artistico, pure il rinvenimento degli ex voto ischitani è di estrema importanza, perché essi costituiscono l'unico complesso votivo del genere rinvenuto nell'Italia meridionale. Nulla sappiamo del luogo di culto o dell'impianto termale che dovevano trovarsi presso la sorgente di Nitroli: è tuttavia possibile immaginare che i nostri rilievi dovessero essere appesi alle pareti di una grotta, come proverebbero gli incassi presenti nella parte posteriore di alcuni di essi.

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