Preistoria VIII-VII sec. VI-IV sec. Età Ellenistica Età Romana



Sala II - Vetrina 18
SECONDA META' VIII - VII sec. a. C.
Gli incunaboli della scrittura alfabetica greca
Documentazione del nucleo di METEC orientali

Iscrizioni greche

Nella vetrina 18 sono esposti materiali ceramici con iscrizioni in lettere greche, che rappresentano gli incunaboli della scrittura alfabetica greca. Una delle conoscenze fondamentali che i Greci dell'Eubea trasmisero ai popoli italici è infatti la scrittura alfabetica. Secondo l'opinione oggi più accreditata i Greci adottarono l'alfabeto dai Fenici nel corso del IX sec.

La presenza di numerosi graffiti incisi su vasi dopo la cottura o, più raramente, dipinti, permette di dedurre che a Pithecusae, nella seconda metà dell'VIII sec. a.C., la conoscenza della scrittura alfabetica greca era ampiamente diffusa nella classe sociale media.

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La coppa di Nestore

Kotyle importata da Rodi con iscrizione graffita in versi, nota come " Coppa di Nestore". Dalla necropoli, Valle di S. Montano (Lacco Ameno), Tomba 168. 725 a.C. ca.

VETRINA XX

Il più importante documento in tal senso è costituito dalla celebre tazza, importata da Rodi (inv. 166788), rinvenuta in una tomba a cremazione della necropoli - il cui corredo, peraltro eccezionalmente ricco, è esposto nella vetrina 23 - su cui è stato inciso in alfabeto euboico, e dunque a Pithecusae stessa, un epigramma in tre versi che allude alla famosa coppa di Nestore descritta dall'Iliade, l'unico esempio pervenutoci di un brano poetico in scrittura contemporanea alla composizione stessa dell'Iliade. Il testo è scritto in direzione retrograda, come nella scrittura fenicia; il secondo e terzo verso sono perfetti esametri. Le poche, piccole lacune sono tutte interpretabili con sicurezza tranne la seconda parola del primo rigo, che ha quattro o cinque lettere mancanti. La trascrizione del testo è la seguente:

"Di Nestore .... la coppa buona a bersi. Ma chi beva da questa coppa, subito quello sarà preso dal desiderio d'amore per Afrodite dalla bella corona".

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Il cratere di Inos

E' da segnalare anche una bella anfora frammentata del tipo SOS, dell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C., che proviene dal quartiere metallurgico di Mazzola e conserva l'iscrizione graffita LEIA (inv. 239087). Sempre da Mazzola proviene un altro reperto degno di nota: un piccolo frammento di orlo e spalla di un cratere locale (inv. 239083), trovato al di sotto delle pietre di fondazione di una delle strutture, con la iscrizione retrograda dipinta "... inos m'epoiese" (" ... inos mi fece"), che è la più antica firma di vasaio che sia mai stata trovata nel mondo greco. Il nome è incompleto, così come il disegno della creatura alata raffigurata sotto il nome, forse identificabile con una sfinge, di chiara estrazione orientale. Seguono diversi frammenti di piccoli vasi - kantharoi, skyphoi e kotylai - per lo più di imitazione locale, con resti di iscrizioni greche incise in direzione retrograda.

Frammento di cratere locale con decorazione dipinta di stile tardo geometrico ed iscrizione dipinta recante la firma dell'artista: " inos mi ha fatto", dalla località Mazzola (Lacco Ameno). Fine VIII sec. a. C.

VETRINA XVIII

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Iscrizioni fenicie

Nella vetrina 18 sono esposti i materiali che documentano lo stretto rapporto intercorrente tra i Greci di Pithecusae e gli orientali, essenzialmente semiti (Aramei, Fenici), che vivevano nell'isola durante la seconda metà dell'VIII sec. a.C. La perfetta integrazione di questi ultimi nella società greca è testimoniata dalla circostanza che essi seppellivano i propri morti, senza distinzione, nella necropoli greca.
Il primo documento è un'anfora da trasporto importata (inv. 168279), di una fabbrica greca non ancora individuata con precisione, dalla tomba 575 del Tardo Geometrico I, che reca incisi diversi graffiti. Questi si riferiscono in parte all'uso dell'anfora come contenitore commerciale: in lettere fenicie vi è scritta la parola Kpln, che significa "il doppio", mentre su una delle anse si trovano dei segni numerali che sono stati interpretati come la cifra "200". Queste indicazioni sulla capacità del contenitore devono, con tutta probabilità, essere state incise dal mittente, e fanno presupporre che il destinatario pitecusano fosse in grado di comprenderle. All'utilizzazione della stessa anfora quale tomba di neonato fa invece riferimento un segno triangolare, identificabile con un plurivalente simbolo religioso semitico, ben noto in cimiteri fenici e punici. E' quindi evidente che almeno uno dei genitori dell'infante seppellito nell'anfora era di origine orientale.

Il secondo documento è un minuscolo coccio sporadico, appartenente ad un kantharos di sicura produzione locale pitecusana, che reca anch'esso un'iscrizione in caratteri fenici, di cui restano purtroppo solo due lettere. La tazza, dalla tomba 232 del Tardo Geometrico II (inv. 167088), è posteriore all'anfora della tomba 575 di circa vent'anni.

Il terzo documento, infine, è un piatto di produzione fenicia, che reca incise sul fondo delle lettere in caratteri fenici: è dunque possibile anche che l'iscrizione sia stata incisa sul piatto già nel suo luogo d'origine (inv. 239086).

E' molto probabile che i semiti residenti a Pithecusae fossero artigiani, che producevano oggetti d'arte che venivano poi smerciati dai Pitecusani. L'esistenza di analoghi nuclei di residenti orientali è del resto documentata, per l'VIII sec. a.C., anche nella greca isola di Rodi, per la quale le fonti ricordano la presenza di una comunità fenicia stabilita in ambiente greco, mentre l'archeologia conferma la presenza nell'isola di questi metoikoi fenici, dediti prevalentemente al commercio di unguenti con l'Occidente.

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