Pithekoussai
L' "isola delle scimmie" - Un'etimologia discussa

L'isola delle scimmie o delle giare

Il nome di Pitecusa compare nelle fonti  in diverse varianti morfologiche (con un solo s o con due ss), ora al singolare, ora al plurale e sembra potesse riferirsi sia a tutto l'arcipelago (di qui la forma plurale) che all'isola principale.

    Esistevano già nell'antichità due diverse interpretazioni etimologiche: l'autore alessandrino Xenagora (intorno al 90 a.C.) faceva derivare Pithekoussai da pithekos, in greco "scimmia "  e metteva in relazione tale derivazione con la leggenda della presenza  a Ischia dei Cercopi e della loro trasformazione in scimmie.

Un'altra interpretazione etimologica è quella proposta da Plinio (Nat. Hist. 111, 6.82), il quale ritiene che il nome non sia in relazione con le scimmie (non a simiarum multitudine), ma derivi invece dai dolii (a figlinis doliorum), in greco pithoi - termine che può collegarsi alle fabbriche di anfore o genericamente ai vasi di terracotta. Tale teoria  etimologica risulta, da un punto di vista archeologico, più convincente, in considerazione della fiorente attività ceramica attestata nell'isola fin nelle prime fasi della sua esistenza.

Esiste tuttavia un elemento archeologico che sembra alludere ad un'effettiva presenza di scimmie a Pitecusa nell'VIII secolo a. C.: su di un frammento di un cratere di fabbricazione locale del Geometrico Recente viene rappresentata una figura di incerta lettura. A proposito di questo frammento, scoperto nel 1969-71 da G. Buchner  nell'abitato periferico di Mazzola, sotto una delle pietre di fondazione della struttura n. 2, G. Buchner (Recent work at Pithekoussai, 1965-1971 in "AR", 1970-71, p. 67) aveva affermato che vi fosse raffigurata  una winged creature (una creatura alata), forse assimilabile alla tipologia delle  sfingi; D. Ridgway (L'alba della Magna Grecia, Milano, 1984, pp. 110 sgg.) ne riporta una riproduzione grafica, commentando: " il nome [del vasaio] è incompleto, come la strana creatura alta  raffigurata sotto il nome: potrebbe essere una sfinge, e certo è di estrazione nettamente orientale."

Frammento di cratere locale con decorazione dipinta di stile tardo geometrico ed iscrizione dipinta recante la firma dell'artista: "inos mi ha fatto", dalla località Mazzola (Lacco Ameno). Fine VIII sec. a. C.

Peruzzi, (Le scimmie di Pithecusa in "ParPass263, 1992, pp. 115-126) offre una nuova interpretazione, ripresa e completata da Michel Gras (Pithekoussai dall'etimologia alla storia in "La Rassegna d'Ischia" 3/96, pp. 6-9): si argomenta che non si tratti "di un'ala, ma della coda di una scimmia che si tiene la testa tra le mani e che è accovacciata con i gomiti sulle ginocchia; posizione caratteristica dì questo animale e che si ritrova nelle rappresentazioni d'epoca orientalizzante che noi conosciamo". Se questa interpretazione risultasse vera "il nome di Pitecusa sarebbe stato dunque dato all'isola (o all'arcipelago) da navigatori colpiti dalla presenza delle scimmie".

Pithekoussai toponimo indigeno

Una terza possibilità è quella riferita da   Ridgway (L'alba della Magna Grecia, Milano, 1984, p.50):  Pithekoussai potrebbe essere "semplicemente la forma ellenizzata di un toponimo indigeno preistorico riferito all'isola, o forse all'intero arcipelago flegreo (Ischia, Procida e Vivara). Isole e porti sono particolarmente suscettibili a un tale trattamento da parte di marinai e mercanti stranieri, che sentono il bisogno di rendere accessibile ai propri alfabeti nomi alieni e difficili a pronunziarsi: così l'italiano ha "Orcadi   per le scozzesi Orkneys, mentre l'inglese ha trasformato  Livorno   in  Leghorn ."

Inarime

Il nome " Inarime ",  usato per designare l'isola, ricorre solo in testi poetici. Lo si incontra per la prima volta in Virgilio (Eneide IX, 716);  il commentatore Servio spiega che esso è derivato dal riferimento omerico a Tifeo nella terra degli Arimi (en Arimois: Iliade 11, 783), ossia secondo alcuni (compreso Virgilio al verso citato), sotto Ischia.

Aenaria

Aenaria, il nome latino di Ischia, che si trova già in Sisenna (fr. 125, Hist. Roman. Reliquiae) è indicato come un secondo nome di Pitecusa (Appiano, B. C., V, 69) ed era  messo in rapporto da molti autori con il viaggio di Enea da Troia al Lazio: l'isola si trova effettivamente sulla rotta delle peregrinazioni dell'eroe troiano, per cui risultava verosimile che egli dovesse averla visitata. Alcuni antichi derivavano il nome di Aenaria proprio da quello di Enea (Plinio il Vecchio, Nat. Hist., III, 82 = 12, 2); ma l'etimologia resta oscura.

Livio, (VIII, 22,5-6), accenna alle " isole di Aenaria e Pithekoussai " come se si trattasse di due toponimi distinti riferiti ad isole distinte. Potrebbe trattarsi di un errore, di una confusione analoga a quella  "di un testo moderno che parlasse delle isole di Sri Lanka e Ceylon" ( Ridgway, L'alba della Magna Grecia, Milano, 1984, p.50). Quello di Livio non sarebbe l'unico errore di tal genere: Pomponio Mela, II, 121, ne commette un altro facendo di Aenaria un'isola distinta tanto da Procida che da Pitecusa.

Da un altro punto di vista, il secondo nome del testo liviano (Pithekoussai), probabilmente più noto, potrebbe essere stato inserito a scopo esplicativo, ritenendo che il toponimo Aenaria fosse ancora poco conosciuto e dovesse essere spiegato; ancora in epoca romana, infatti, come risulta da un'iscrizione pompeiana del 59 d.C., per riferirsi agli abitanti di Ischia si usava il termine "Pithecusani ". (A. Pilato, Pitecusa in "La Rassegna d'Ischia" 5/97, p. 4 n.7)

Ma può anche darsi che in origine Aenaria fosse il nome dell'isoletta dell'arcipelago che oggi si chiama Procida e che i Greci chiamavano Prochyta, cioè la "proversa", intendendo dire che era un frammento della sua più grande vicina (Strabone, V, 247 = 4, 9; Plinio il Vecchio, N. H., 11, 203 = 89 e 111, 83 = 12, 3), ovvero che, al pari di questa, era un frammento staccatosi dal capo Miseno (Strabone, 1, 60 = 3, 19; VI, 258, 1, 6) ( Bérard, Navigations, IV, pp. 166-67. 8).